Il Senato ha approvato un emendamento che introduce, modificando la Costituzione, la cosiddetta forma di governo semipresidenziale.
Un blitz frutto del risuscitato asse PdL-Lega, forse nostalgico rispetto alla mai morta speranza di vedere Berlusconi incoronato presidente della repubblica, certamente sempre pronto ad operazioni propagandistico-elettorali. Con questa riforma si attribuisce al capo dello stato, eletto direttamente dal corpo elettorale, un numero enorme di poteri tra i quali: – la nomina del primo ministro, – l’indizione delle elezioni delle camere e lo scioglimento delle stesse, – l’indizione del referendum nei casi previsti dalla Costituzione, – il rinvio e la promulgazione delle leggi, – l’invio dei messaggi alle camere, – le nomine che sono attribuite al presidente della repubblica dalla Costituzione e quelle per le quali la legge non prevede la proposta del governo.

Quello che colpisce è che si tratta di tutti atti presidenziali che non necessitano della controfirma governativa, l’istituto che fino ad oggi ha risposto al tema dell’estraneità del presidente della repubblica alla determinazione dell’indirizzo politico. Il nuovo testo consente invece al presidente di controllare di fatto governo e parlamento, in particolare laddove l’esercizio del potere di scioglimento, quale atto autonomo presidenziale, subordina il parlamento alla volontà del capo dello stato.
Ancora una volta si assiste inermi ad un uso politico dei processi di riforma costituzionale, lontani dai cittadini ma utilizzati per distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali del paese. Nel merito si tratta di un vero e proprio processo di “deformazione” della Costituzione, in particolare laddove la centralità dell’azione politica si sposta dal binomio parlamento-governo al presidente della repubblica, da un organo collegiale ad un organo monocratico, con evidenti rischi di deriva plebiscitaria. Si muta l’assetto originario della nostra Costituzione, lo spirito più profondo voluto dai Costituenti, ovvero il modello di democrazia della rappresentanza, dove al parlamento è riconosciuto un ruolo centrale nell’assetto istituzionale in quanto unico organo dotato di investitura e legittimazione “dal basso”.

Siamo consapevoli dei limiti della democrazia rappresentativa e del fatto che debba necessariamente e al più presto essere rifondata, attraverso un uso e un ricorso effettivo della democrazia partecipativa, attraverso una vera e propria mobilitazione della società civile. Siamo ben consapevoli che il parlamento oggi, con una mistificazione del concetto di sovranità, si sia trasformato in un luogo di cooptati non eletti, assolutamente estranei al circuito della rappresentanza. Ma siamo anche ben consapevoli che gli spazi e le dimensioni della democrazia debbano essere accresciuti e non annientati con un modello semipresidenziale che concentra i poteri in un organo monocratico, tra l’altro non controbilanciati, come avviene negli Stati Uniti e in Francia, da un sistema di “pesi e contrappesi”.

Urge una riforma elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentati parlamentari, una riforma in armonia con lo spirito più profondo della Costituzione, una riforma che rispecchi il desiderio di partecipazione che esiste nel nostro paese.

Questo governo di tecnici mai passato per la legittimazione del voto e questo parlamento di nominati – che ha già avuto l’ardire di modificare (senza dibattito e senza consentire il ricorso al referendum) l’art. 81 della Costituzione, introducendo l’obbligo al pareggio di bilancio tanto per fare un esempio – non può procedere alla sistematica cancellazione della nostra Carta costituzionale deformando l’equilibrio democratico già compromesso dalla buia stagione del berlusconismo. LUIGI DE MAGISTRIS e ALBERTO LUCARELLI

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